interviste

il punto di vista dei protagonisti

07.07.2013 | Interviste

Intervista a Kengo Kuma

Expo Revestir 2013, Sao Paulo
31.01.2012 | Interviste

CORPI MACCHINE PIANTE, TENTATIVI DI REALTÀ. Intervista a Giacomo Cossio

intervista cossio

Le opere di Giacomo Cossio sono installazioni, ritratti, sculture in cui la dimensione materica è portata a volte all’esasperazione, nel tentativo di rappresentare la realtà delle cose, intesa come oggetti che riprendono forma sollecitati dalla memoria personale e collettiva. Ce ne parla in questa intervista, in occasione della mostra
in corso a Budrio dal 29 gennaio al 20 febbraio.

Nelle tue opere c’è sempre una forte componente materica. Da cosa deriva?
Nasce dal fatto che mi interessano questi aspetti, come la texture, la forma delle cose, la tridimensionalità. Le mie opere nascono sempre da una forte volontà figurativa, che mi porta a scegliere anche mezzi e oggetti che potrebbero sembrare “bizzarri”. Nelle mie opere non esiste altra realtà se non quella che ci circonda, concretamente.

Qual è il tuo rapporto con il presente e come lo traduci nelle opere che realizzi?
Il mio rapporto con la realtà non nasce da un obiettivo programmatico ma dal desiderio di entrare in contatto con il presente, in maniera totale. Anche per questo motivo il tema delle mie rappresentazioni cambia frequentemente: piante, macchine, pianoforti, giardini, condomini, stanze, esseri umani. Il punto di partenza è sempre la quotidianità e il rapporto diretto con le cose. Mi interessa la realtà concreta, su cui posso agire direttamente. Perciò lavoro su ciò che mi circonda, anche nella quotidianità. Ritaglio, fotografo, decompongo e ricompongo questi aggetti, finché prendono quella forma e quell’espressione più vicine al mio modo di percepirli.


intervista cossio

Le tue opere nascono dall’assemblaggio di vari elementi. Sembrano non avere un aspetto definitivo…
Sì, è un tentativo di andare oltre i limiti, le scadenze, le definizioni che ci circondano, per riscoprire quell’aspetto libero, gratuito dell’arte che spesso si rischia di perdere, influenzati dalle regole del mercato. Contemporaneamente questo assemblaggio di oggetti è lo specchio del mio modo, assolutamente soggettivo,
di percepirli; un modo fatto di confusione, dubbi, visioni in continuo divenire.

Mostra Giacomo Cossio - tre vasi


Corpi Piante Macchine, tentativi di realtà, opere di Giacomo Cossio
Le Torri dell’Acqua,
Via Benni 1 - Budrio (Bo)

www.letorridellacqua.it

Mostra realizzata con il contributo di Il Casone
28 gennaio > 20 febbraio 2012

13.07.2011 | Interviste

Pietra Serena, design e tendenze, ne parliamo con Roberto Semprini

Intervista di Valentina Valente

Roberto Semprini

Al Fuori Salone quest’anno hai presentato alcune creazioni in pietra serena in collaborazione con IL CASONE. Come è stata la tua esperienza progettuale con questo materiale, così tradizionale eppure così contemporaneo?

Non pensavo fosse un materiale cosi duttile! Quando si pensa alla pietra serena si associano prevalentemente forme bidimensionali, architetture impegnative, tradizionali...invece è possibile sviluppare un mondo tridimensionale di oggetti di matrice scultorea, plastico-mediterranea, simbolica.

Parliamo in particolare dei caminetti “Bernini”, puoi descrivere il processo creativo che ti ha portato alla loro definizione? Per quali ambienti li hai pensati?
I caminetti a bioetanolo “Bernini” sono l’esempio concreto del pensiero espresso in precedenza. E’stata una sfida di virtuosismo tridimensionale lanciata all’azienda che ha subito risposto ad alti livelli. E’ un omaggio al baldacchino di San Pietro in Vaticano, che è un monumentale impianto architettonico barocco. È la prima impresa del Bernini in cui si fondono scultura e architettura a tal punto da creare una allegorica immagine di un oggetto tanto tradizionale quanto moderno, leggero e raffinato quanto solido, come la pietra serena.

Roberto Semprini design
FOTO JILL LEONARDI

Siamo portati a pensare ai materiali litici applicati alle grandi superfici, all’arredo delle nostre città e all’architettura; più difficile pensare che possano dare vita ad oggetti o arredi di uso comune nelle nostre case. Pensi che la materia litica abbia ancora molte potenzialità inesplorate nel campo del design?
Certamente, sono sicuro che le nuove tecnologie, come è già successo per la ceramica, apriranno ampi orizzonti di applicazione, all’interno della casa come nell’outdoor.

01.12.2009 | Interviste

La Pietra Serena diventa tendaggio. Lo stand IL CASONE a Marmomacc.

Intervista all'architetto Francesco Steccanella
Può la pietra diventare tendaggio? Quali sono le applicazioni nuove, e un tempo impensate, dei materiali lapidei,  rese possibili oggi dalle nuove tecnologie?
Secondo Francesco Steccanella, il giovane architetto che quest'anno ha progettato lo stand IL CASONE a Marmomacc, si può anche giocare in modo creativo, coinvolgendo diversi sensi e dando vita ad un progetto molto meno materico. In questa intervista ci spiega come è nata l'idea del  tendaggio in pietra, con cui ha dimostrato che con i materiali lapidei non si fanno solo rivestimenti di facciata e pavimentazioni.


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Vista la sua articolazione e la distribuzione degli spazi, lo stand progettato per IL CASONE è qualcosa di più di un semplice spazio espositivo. Come lo definiresti?
È un oggetto architettonico, perché come in tutti gli spazi, la planimetria risponde a delle esigenze funzionali ben precise. Il Casone aveva bisogno di spazi operativi, di servizio, di esposizione, quindi era necessario un programma  tipico di qualsiasi progetto architettonico. Lo stand è dunque un oggetto architettonico, ci sono dei percorsi di ingresso, percorsi  esterni, e quindi come in un qualsiasi progetto ogni lato si rapporta in modo differente con il contesto. Il corridoio centrale, ad esempio, è più importante di quello retrostante; qui le pareti si “frammentano”, diventano quasi trasparenti, dando la percezione di quello che potrebbe esserci dietro di esse proprio per imprimere il desiderio di oltrepassare quei frammenti murari per capire cosa si nasconda lì dietro; al contrario, nella parte frontale si ha la percezione dell'intero padiglione (e si leggono i relativi percorsi) dei suoi percorsi, della sua articolazione e degli spazi. Oggetto architettonico, quindi, perché è un elemento che deve assolvere a diverse funzioni, al contrario dell'oggetto di design, che di solito assolve ad una funzione. Diciamo che è stato un po' come progettare un monolocale.

In questa attività progettuale, come si è sviluppato il confronto con la committenza?

Non c'è stato confronto, nel senso che loro mi hanno presentato le loro esigenze di spazio e di esposizione e poi ho elaborato il progetto, che è stato subito ben accolto. Devo sottolineare che ritengo che fra me e il team dell'azienda Il Casone ci sia una reciproca stima e fiducia, senza contare che sono persone di notevole acume intellettuale e capacità prospettica.

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Come è nata l'idea?
L'idea è nata un po' come un gioco. Sono partito innanzitutto dai tendaggi di pietra, materiale che conosco molto bene. Il tendaggio nasce come gioco, in rapporto al tema ibrido flessibile, suggerito quest'anno da Marmomacc. L'ibridazione è stata interpretata da molti come ibridazione tra materiali. Io invece ho cercato di far diventare la pietra un'altra cosa, suggerendo un'applicazione nuova o quantomeno anomala. Appunto, la pietra che diventa tendaggio. Le tecnologie ci permettono oggi di fare quello che vogliamo. Così ho provato ad appendere la pietra facendone un tendaggio. E' stata un po' una violenza fatta al materiale lapideo, ma secondo me ha giovato, dimostrando che con la pietra non si fanno solo rivestimenti di facciata e pavimentazioni, ma si può anche giocare in modo creativo, coinvolgendo dei sensi diversi e dando vita ad un progetto molto meno materico.
Le pareti policrome e “velate” sono state poi il supporto necessario a dividere lo spazio e soprattutto a creare una quinta scenica che contenesse i tendaggi stessi. Anche loro nate da una immagine avuta presso l'azienda, di fronte ad un ammasso di sfridi di lavorazione.

Al di là dell'impiego innovativo della pietra, che diventa tendaggio, c'è anche un altro aspetto, insolito per uno stand, che riguarda l'impiego di materiali di scarto. Possiamo dire che sia l'anima sostenibile di questo progetto?
Nello stabilimento di produzione mi sono trovato davanti ad una quantità incredibile di scarti. Mi si è risvegliato, in effetti, anche un sentimento  di sostenibilità. A Marmomacc di solito si espone la lastra migliore; qui siamo di fronte a scarti. L'azienda Il Casone è soddisfatta e ha condiviso pienamente questa scelta anomala ma innovativa, perché li ho “liberati” da tantissimi scarti che, come si nota a prodotto finito, non hanno minor valore delle lastre accuratamente selezionate. Ho prodotto una parete policroma, sempre nel tentativo di compiere un atto di reinterpretazione; in questo caso il muro perde la consueta solidità per diventare quasi trasparente. (Così è nata la quinta scenica che fa da sfondo ai tendaggi.)

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Pensi anche ad un'applicazione delle idee che contiene lo stand, per esempio quella dei tendaggi e del muro? Cioè, potrebbe diventare un prototipo?
Secondo me sì. Pensiamo all'enorme quantità di materiale lapideo di scarto: può diventare una parete divisoria, un muro a secco, un elemento di arredo. Inoltre, aumentando lo spazio tra un elemento e l'altro si può aumentare la trasparenza. Ma il valore di questo progetto non è tanto l'idea di creare un muro di questo tipo, quanto il fatto che si tratta di scarti. Non è più uno stand in cui l'azienda spreca del materiale pregiato utilizzandolo poi per soli 4 giorni.

Immaginiamo che questo impiego innovativo della pietra nasca, oltre che dalla creatività, anche da un tuo particolare percorso professionale e da un inconsueto approccio al progetto...
Io tendo da utilizzare i materiali in maniera molto agile, per esempio usando il legno dove non dovrebbe starci, o meglio, dove di solito non ci si aspetta di trovarlo , diciamo, quindi, in maniera non convenzionale (ma vale anche per i metalli, per la pietra ecc…). Naturalmente cerco di approfondire molto la conoscenza del materiale, proprio perché ne promuovo un impiego diverso, a volte estremo. E' una ricerca continua che porta a mettere continuamente alla prova un materiale. Mi arricchisce a mi fa divertire perché stimola la mia creatività, ma ci tengo a sottolinerare che per far ciò bisogna partire dalla conoscenza del materiale, necessaria per capire come si comporterà, se subirà deformazioni, etc.

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Quali sono secondo te le potenzialità inespresse della pietra?
Beh, sto lavorando a un libro sull'argomento. Spesso l'architetto tratta la pietra come un materiale qualunque. Molti non hanno cognizione di come venga prodotta un lastra di pietra. E' l'unico semilavorato finito che esce direttamente dalla produzione, dalla cava. Gli architetti sottovalutano il ruolo della pietra nei progetti. La pietra non va intesa come elemento incollato alla fine, ma come elemento integrante del progetto. Invece spesso c'è chi la impiega in una logica di pavimentazione 30x60 e basta, quindi come semplice lastra da applicare, quasi fosse una piastrella in gres. Non c'è nessun tentativo di valorizzarla e spesso un impiego di questo tipo rischia anche di banalizzare spazi pregiati. La pietra quindi va sempre considerata in una logica di metaprogetto, altrimenti è meglio applicare l'intonaco.

Altri progetti interessanti a cui stai lavorando? Ci parli della tua attività?

Sto facendo il dottorato all'università di Udine, ho collaborato per 7 anni con l'Università di Venezia occupandomi di composizione architettonica. A Udine collaboro in corsi di progettazione e in corsi di tecnologia, in particolare con la prof.ssa Christina Conti, ricercatrice con sto collaborando alla redazione del libro sulla pietra arenaria, a cui ho accennato prima. Per me non esiste la composizione senza la tecnologia e viceversa, invece a volte nel mondo accademico sono due mondi paralleli. Nella realtà si incrociano; ritengo indispensabile per un architetto non essere carente in nessuna delle due discipline, altrimenti correrebbe il rischio di limitare la propria composizione a discapito della qualità e dell’innovazione dell’opera stessa.
Ho un mio studio con 5 collaboratori. Non ci occupiamo di una solo tipologia di lavori, facciamo ville, microcase, opere pubbliche, interventi urbani, allestimenti di negozi, mostre. Ho appena concluso l'allestimento della biblioteca nazionale e del museo antropologico nazionale nella capitale N'Djamena in Ciad; sto progettando una albergo a Corfù ma anche un piccolo bar di paese da 32 metri quadri.

di Laura Della Badia e Valentina Valente
17.11.2009 | Interviste

Innovazione e strategie nel settore lapideo

Come uscire dagli schemi ed essere competitivi in un settore tradizionalista come quello dei materiali lapidei
In un interessante incontro presso il nuovo stand dell’azienda, a Verona, in occasione di Marmomacc 2009, abbiamo incontrato Alberto Bartolomei, direttore generale de IL CASONE, e abbiamo approfondito con lui alcuni temi di attualità.
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In questi ultimi anni la vostra azienda è cresciuta molto, nuove strategie commerciali e di comunicazione, rapporti con designer di fama internazionale come Kengo Kuma e Claudio Silvestrin, partecipazione a diversi eventi, progetti e manifestazioni. Ma quando ha inizio questa fase e quale è stato il punto di partenza che vi ha portato a distinguervi sul mercato?
Circa dieci anni fa ci siamo trovati fa di fronte ad un bivio: era necessario far uscire l’azienda dallo schema piuttosto rigido che da sempre caratterizza il settore lapideo, legato ad un utilizzo molto tradizionale di questi materiali. Da questa esigenza sono iniziate le prime collaborazioni con i progettisti, ritenuti da noi una risorsa imprescindibile per mettere in atto il cambiamento.
Questa apertura nei confronti del mondo della progettazione è nata con difficoltà perché tradizionalmente il materiale lapideo era impiegato e molto conosciuto solo per certe tipologie di applicazioni: prevalentemente pavimentazioni e rivestimenti, in linea con la tradizione storica edilizia italiana. Convincere inizialmente i progettisti ad adottare questo materiale per soluzioni innovative non è stato quindi facile ma abbiamo voluto dare fiducia a chi vedeva in maniera innovativa il prodotto e ne voleva sperimentare le possibilità espressive in nuovi ambiti. Questo percorso ha poi trovato un suo sviluppo: ogni esempio e ogni realizzazione iniziava a dare dei crediti e delle conoscenze tali per cui diveniva più semplice proporsi per cose nuove, più complesse e interessanti. Adesso la crescita è diventata piuttosto veloce: le realizzazioni e le collaborazioni sviluppate anche con designer di grande fama ci portano ad avere un rapporto con i progettisti sempre più attento con risultati sorprendenti. Ecco, possiamo dire che il punto di partenza è stata proprio la scelta di avere una stretta collaborazione con i progettisti.

Anche sulla comunicazione avete puntato molto negli ultimi anni. Che importanza riveste nel vostro percorso?
La comunicazione è per noi fondamentale. Oggi non vendiamo più un materiale, la pietra serena, ma vendiamo un marchio. Siamo riusciti grazie alla comunicazione a “sdoganare” un prodotto in quanto tale rendendolo identificabile tramite il marchio dell’azienda.
Il marchio è ciò che permette al nostro prodotto di distinguersi dagli altri non perché sia diverso in sé ma perché identifica tutta l’azienda e ciò che facciamo ovvero il servizio complessivo che offriamo, che è un distinguo rispetto agli altri. La comunicazione ha dato a questo processo un input decisivo: tutte le nostre iniziative, tra l’altro, come il nostro sito web, la partecipazione ad eventi o progetti sono molto dinamiche in continua evoluzione. Da una parte tendono a consolidare la nostra immagine ma dall’altra la arricchiscono continuamente. In definitiva queste azioni riflettono l’anima della nostra azienda e la sua filosofia di apertura. Questo elemento di dinamismo e apertura viene sicuramente percepito all’esterno e contraddistingue l’azienda.

Un altro punto di forza nonché elemento distintivo è la scelta di collaborare con altre aziende complementari in progetti di ricerca finalizzati a studiare e proporre soluzioni applicative nuove e affidabili.

Esattamente. Partiamo dal presupposto che la pietra non è un elemento a se stante in un progetto. Per il suo utilizzo finale è necessario che ci siano degli elementi di interazione, elementi “tecnologici” . Abbiamo così aperto un dialogo con delle aziende con cui siamo in sintonia, aziende che realizzano collanti, piuttosto che ancoraggi o ancora soluzioni per la manutenzione della pietra. Realtà imprenditoriali che ci possono dare dei consigli e ci permettono di dare al progettista un pacchetto completo di soluzioni che va dalla idea alla realizzazione del progetto rendendone possibile la fattibilità. D’altra parte ci sono grandi aziende con grandi tecnologie che trovano a volte nel connubio con la pietra il loro completamento ovvero, si coniuga la tecnologia,che a volte non si vede o non è da sola di grande “appeal”, con l’elemento estetico ed espressivo offerto dalla pietra. Ecco che nasce la sinergia.
Inoltre, in questo modo diamo una garanzia al progettista e gli facciamo capire che alle spalle c’è una ricerca tecnologica. Fischer, Mapei e Fila sono nostri partner, per esempio. Abbiamo ora un progetto in atto con queste realtà leader in edilizia che si chiama “CASONE Engineering” e che nasce per dare tutte le soluzioni in fatto di installazione, posa, trattamenti della pietra. Inoltre, abbiamo creato una struttura di tecnici che si chiama “STO HANG” che esaminerà tutto ciò che è fuori serie, quelle parti di edifici che sono da progettare e verificare; quegli elementi che poi in definitiva valorizzano un edificio e sono da valutare di volta in volta con chi progetta. Questa struttura di ingegneri e tecnici è dedicata a sviluppare questo aspetto sempre nell’ottica di fornire un servizio completo.

La vostra presenza a Marmomacc è ormai una costante; avete in passato, anche vinto due edizioni del Best Communicator Award. Anche questo evento si è evoluto nel corso degli ultimi anni, qual è il vostro giudizio in proposito?
Le iniziative che Marmomacc porta avanti sono di reciproco vantaggio. In questi ultimi anni la fiera è cresciuta ed è diventata un evento di riferimento direi mondiale per il settore grazie alla partecipazione sempre più attiva delle aziende che, stimolate dalle nuove iniziative, hanno avviato una sorta di competizione positiva tra loro innalzando notevolmente il livello delle proposte. Si è instaurato cos’ un circolo virtuoso.
Noi consideriamo le iniziative di Marmomacc, dai premi, agli incontri con i designer, ai seminari o convegni, alla formazione, fondamentali. Questa fiera è la più importante del settore anche a livello internazionale, le altre non hanno saputo fare questo salto qualitativo.
Nel nostro percorso di comunicazione però non c’è solo Marmomacc, noi cerchiamo di sperimentare la nostra presenza in manifestazioni che non hanno nulla a che vedere con il settore. Mi riferisco a quelle fiere che parlano di arredamento, di design, come il salone del mobile, o di outdoor, progettazione di spazi esterni e in generale di manifestazioni in cui si parli di qualità della vita e dell’abitare. Tutti ambiti in cui la pietra come materiale naturale, espressivo, esteticamente accattivante e confortevole può essere protagonista. La nostra forza è in definitiva anche trasmettere e proporre idee e lo possiamo fare in diversi ambiti. Gli stimoli arrivano anche dalle collaborazioni che abbiamo con il mondo della progettazione: ci stimoliamo a vicenda. Ci sono progettisti e designer che hanno voglia di sperimentare e provare ad usare il materiale in contesti diversi: noi ci rendiamo disponibili. Si è creato un meccanismo che porta di volta in volta ad approfondire diversi temi. Le nostre presenze sono state negli ultimi anni variegate e in situazioni diverse e intendiamo proseguire in questa direzione, pur restando Marmomacc un appuntamento irrinunciabile per noi.

Veniamo alla situazione attuale: come è stato questo anno, così critico per il settore dell’edilizia e quali sono i vostri mercati di riferimento?
Non c’è dubbio che quest’anno la crisi è stata pesante. In passato il mercato era ciclico ma anche se si verificavano crisi in alcuni paesi ci si poteva concentrare su altri mercati. Invece questa volta la crisi è globale e ha coinvolto paesi che avevano una struttura economica anche basata molto sull’edilizia come per esempio la Spagna. È ovvio poi che questa crisi ha anche una valenza di tipo finanziario, si sono dilatati i tempi di pagamento, le garanzie sono più complesse, così’ come è difficile l’accesso al credito, insomma uno scenario complesso che ha rallentato esso stesso la possibilità di fare affari.
Per quanto riguarda IL CASONE, posso dire che siamo una azienda che fa un lavoro sostanzialmente di nicchia; certo, abbiamo avuto una leggera flessione ma potrei dire, “fisiologica”, non significativa..
I segnali di ripresa però ci sono già, li vediamo negli USA per esempio. Attualmente, a livello internazionale il nostro mercato di riferimento è l’Europa per un 50% del nostro fatturato. Abbiamo rapporti commerciali poi anche con gli USA l’Australia e il Giappone. Si sta aprendo il mercato del sud America. Tutti paesi in cui viene dato gran valore al made in Italy.

Chiudiamo con una riflessione su un tema importante: la sostenibilità. Lo stand presentato quest’anno a Marmomacc è stato realizzato con elementi lapidei derivanti dallo scarto delle lavorazioni in stabilimento. Si vuole incentivare quindi il progettista ad un uso diverso della pietra in una direzione sostenibile?
Prima di rispondere desidero fare una considerazione. È risaputo che la nostra attività, in quanto attività estrattiva, incide fortemente sul territorio. Recenti studi però, condotti dalla Regione Toscana, hanno messo in evidenza il fatto che l’attività estrattiva e di lavorazione dei materiali lapidei è meno impattante di altre realtà industriali del settore dell’edilizia come, ad esempio, quello ceramico o altri anche se esternamente questo non viene sempre riconosciuto. Inoltre, l’impatto di attività come la nostra, è temporaneo perché siamo tenuti a fare un ripristino al sito di cava che lo riporterà vicino ad essere quello originale mentre, emissioni di Co2 non ne abbiamo proprio.
Chiusa questa parentesi, nel nostro ciclo di lavorazione abbiamo tutta una serie attività dove creiamo una situazione di scarti. Gli scarti che arrivano direttamente dalla cava sono già destinati ad attività di riciclo e riuso, per esempio come inerti o materiali da frantumare per altri usi in edilizia.
Esistono però anche gli “scarti” derivanti dalle fasi di taglio e segagione: perché, ci siamo detti, non dare valore anche a questi? Ci siamo accorti che questi pezzi di pietra posso essere valorizzati per creare qualcosa di nuovo, pur essendo un prodotto sostanzialmente “povero” perché grezzo. Così, già a partire dalla scorsa edizione del Salone del Mobile, abbiamo iniziato ad usare, sempre insieme ad architetti e designer,  proprio queste lastre di scarto per comporre e proporre delle texture per rivestimenti nuove, molto materiche ed espressive. Nella stessa direzione va il progetto dello stand presentato quest’anno a Marmomacc, realizzato proprio con degli scarti di lavorazione. Questa è una sfida che tutte le aziende dovrebbero affrontare, non solo per un discorso economico ma anche sostenibile. È decisamente un tema che vogliamo approfondire, e come sempre, insieme ai progettisti. Spesso facciamo visitare ai progettisti le cave e gli stabilimenti proprio perché possano vedere questi prodotti, anche nella loro forma grezza e di “scarto”. Ma vorrei andare oltre questa definizione, vorrei parlare non di “SCARTO” ma di “RESTO”: ciò che RESTA fuori dal normale ciclo di lavorazione/produzione cioè deve essere conservato e utilizzato ma soprattutto valorizzato, nei tanti modi possibili che solo la creatività e la conoscenza, anche tecnologica, del materiale, possono individuare.

Allora, riassumendo in poche parole, per IL CASONE innovazione significa?
Potrei sintetizzare così: ricerca accurata di idee e proposte nuove in stretta connessione con il mondo della progettazione e grandi capacità tecnico-esecutive per poterle realizzare. Porsi delle domande non dandosi dei limiti…e non cercando le soluzioni necessariamente nel nostro settore!


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di Laura della Badia e Valentina Valente
28.08.2009 | Interviste

L'applicazione della pietra serena nelle fornici dell'Alta Velocità a Firenzuola

Intervista all' arch. Fabrizio Rossi Prodi, di Valentina Valente
"La pietra è un fondamento del nostro operare, anche su un piano metaforico, addirittura religioso. Tutti noi vorremmo costruire in pietra e per l'eternità, come quando "le cattedrali erano bianche".
La pietra è non solo un modo per rendere pesanti le opere, ma soprattutto per radicarle, sia sul piano fisico e naturale che ideale."


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Il tema dei fornici delle gallerie in area montana è al centro dell'importante progetto dello studio Rossi Prodi di Firenze nelle occasioni offerte dalle opere per l'Alta Velocità ferroviaria.
Abbiamo incontrato l'arch. Fabrizio Rossi Prodi e gli abbiamo rivolto alcune domande su questa interessante realizzazione in cui la pietra serena ha un ruolo da protagonista.

1- Un progetto che esprime alta tecnologia ma che, allo stesso tempo è immerso in un contesto naturale dal quale non può prescindere. Quali sono i principali motivi che hanno portato alla scelta dell'applicazione lapidea in questo progetto?


Ho l'abitudine di vagare intorno all'area di progetto, per carpirne i segreti. Di solito sorgono nei luoghi circostanti, esistono già, basta riconoscerli. E' solo che non sappiamo vederli. Occorre un occhio interno per scovarli, una sorta di adesione empatica e morbosa con le forme della natura e del costruito. Si svolge allora una specie di duello silenzioso, di sfida reciproca, fra soggetto e ambiente, ciascuno è attratto e al contempo sfugge alle determinazioni e alle delimitazioni dell'altro, finché la coscienza coglie il punto critico, ri-conosce qualcosa che sembra di aver sempre saputo. Ecco il tema. Ma anche il tema si presenta confuso, va sfrondato da quanto è accessorio, va ridotto all'essenziale, per poterlo mostrare alla vista di chi abiterà quel luogo. Se la fase di scoperta è un gratificante momento di esplorazione e di improvvise accelerazioni, che ha il dono della  emancipazione della coscienza, la successiva fase di semplificazione e chiarimento è un processo doloroso di rigore e disciplina, di rinunce, di perdite. Forse è la Lampada del Sacrificio, di cui parlava Ruskin, a illuminare questo momento del progetto.
La verità sta tutta qua. Ho osservato le valli e i dirupi, ho visto che l'erosione naturale e le esibite stratificazioni litiche, compiute dai corsi d'acqua rappresentavano un processo naturale di millenni, che l'azione dell'uomo replicava forzatamente in pochi mesi. Ho pensato che occorresse un risarcimento per queste povere valli violate dall'Alta Velocità, ho pensato che consistesse nel raccontare ancora una volta l'incontro dell'uomo con il paesaggio, un prendersi cura delle ferite che mostrasse i processi geologici improvvisamente alterati, la sostanza del paesaggio circostante, quella azione secolare dell'uomo volta a sorreggere la terra contro il dilavare degli elementi naturali e della gravità; il tutto attraverso il suo fondamento: la materia cavata in questa regione, ovvero i banchi di pietra serena, una materia naturale e artificiale al tempo stesso.
Però a un certo punto ho cominciato a sospettare che tutte queste ragioni un po' letterarie fossero un po' una mia deformazione culturale, una consuetudine accademica; così è ricominciata una fase di studio sospettoso, questa volta non fra me e i luoghi, ma fra me e il progetto e le sue forme, che si è protratto, finché non ho riconosciuto in quelle forme un altro valore, più vivificante, più adeguato alle condizioni della comunicazione simultanea fisica o digitale, in cui siamo immersi. In realtà amo ricercare espressioni della cultura popolare, immagini consumate ed evidenti, che possano cortocircuitare le altre immagini un po' sofisticate di forme sapienti che strutturano i miei progetti e cercare così di colpire l'immaginazione ormai corrotta dalla civiltà delle comunicazioni contemporanee. Così ho ravvisato dei flussi, intermittenti, forse stringhe di messaggi o magari convogli ferroviari, animati da un salto di scala fra la realtà vera di una parete di pietra serena solcata da strisce interrotte di pietra bianca e un virtuale plastico di trenini o di modelli di controllo dei vettori, creando un'ambiguità di senso fra le forme del paesaggio storico e quelle attuali del trasferimento di informazioni ed esperienze, un'ambiguità utile a creare uno spazio in cui interrogarsi su questi temi, perché lì sta - secondo me - il valore dell'opera.

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2- Può descrivere sinteticamente gli aspetti tecnico-costruttivi dell'intervento con particolare riferimento all'utilizzo del rivestimento lapideo?

Il progetto prevedeva ridottissime modifiche geometriche ai muri contro terra e alla galleria artificiale in cemento armato già realizzati, la pulitura attraverso raschiatura di tutte le superfici in c.a. e la posa in opera di un paramento lapideo in pietra serena di Firenzuola con lunghi inserti in pietra bianca, ben visibili anche da lontano.
I conci in pietra serena di 8 cm di spessore hanno le seguenti dimensioni, 15 in altezza per 80, 50 ,20 in larghezza o 25 per 50,40,20, le pietre chiare hanno le seguenti dimensioni 25 in altezza per 50,40,20. Le lastre in pietra serena sono rifinite per il 50% filo sega e per il restante sono fiammate, montate in lunghi filari a correre in modo da differenziarsi con la variabile incidenza del sole durante la giornata in modo sempre diverso. Una percentuale del 30 % è stata bisellata superiormente in modo da creare nel paramento delle lunghe fughe orizzontali che interrompono la continuità superficiale. Le pietre chiare sono rifinite filo sega e sono tutte senza bisellatura.
La composizione cromatica, superficiale e l'inserimento quasi casuale delle fughe fa in modo che il paramento presenti sempre variazioni cromatiche e geometriche a qualsiasi distanza lo si guardi e con il sole in qualsiasi posizione.
La maggior parte dei muri contro terra presenta una inclinazione sulla faccia esterna di circa 1 su 10, il paramento è stato comunque posato anche sulle pareti verticali, o quasi, della galleria artificiale e del manufatto in c.a. che funge da strada di accesso al piazzale e da alloggiamento per alcuni apparati di sicurezza della linea. Il paramento murario deve poter resistere oltre ai normali agenti atmosferici anche alle sollecitazioni date dal passaggio dei treni ad alta velocità.
Il paramento verticale è incollato sulla parete in c.a. con speciale colla fornita dalla Mapei, una particolare attenzione è stata posta in fase di progettazione alla prevenzione di infiltrazioni d'acqua dall'alto con il posizionamento di copertine in pietra serena dotate di gocciolatoio. Le lastre sono state incollate solo sulla faccia posteriore e i giunti tra le pietre sono stati stuccati con un particolare silicone della Mapei (fornito nei due colori delle pietre) che mantiene ottime proprietà elastiche nel tempo e in presenza di elevati sbalzi nelle temperature sia stagionalmente che nel ciclo notte-giorno. Ogni concio è stato ulteriormente fissato alla parete in c.a. tramite zanca ad L in acciaio inox con incollaggio chimico sul concio stesso e sul muro in c.a.
I numerosi barbacani attivi presenti nei muri contro terra sono stati prolungati e raccordati con il paramento murario tramite conci speciali forati, e piccolo gocciolatoio aggettante per minimizzare le sbavature sottostanti.

3- Ingegneria e architettura dialogano in questo progetto e la pietra sembra essere un ottimo punto di incontro tra le due discipline…è una visione corretta?


E' questione stucchevole, la contrapposizione fra architettura e ingegneria, che i nostri maestri hanno voluto lasciarci. Non mi interessa. Ammetto invece di essere affascinato dalle ragioni dell'ingegneria o della Scienza, quando vedo persone di genio affrontare, per esempio, il progetto di una struttura e ricercarvi il massimo della necessità, della logica e la bellezza del vero, come diceva Sant'Agostino. All'opposto sono indignato quando vedo uno spreco di materia  solo per discutibili ragioni narrative. Architettura e tecnica si alimentano vicendevolmente, nessuna delle due è autonoma, sono entrambe strutture narrative indirizzate da un sistema di valori e di obiettivi civili e culturali, che le comunità si danno nel tempo, valori che dobbiamo sforzarci di aver ben chiari. Entrambe sono funzionali all'opera, che è sintesi umanistica, e tassello di un più ampio disegno, ovvero la composizione del paesaggio dell'uomo.
La pietra è un fondamento del nostro operare, anche su un piano metaforico, addirittura religioso. Tutti noi vorremmo costruire in pietra e per l'eternità, come quando "le cattedrali erano bianche". La pietra è non solo un modo per rendere pesanti le opere, ma soprattutto per radicarle, sia sul piano fisico e naturale che ideale. Inversamente, noi ci troviamo avvolti in un mondo di oggetti, sradicati, di prodotti artificiali, di plastiche, di lamiere, di immagini illusorie e di materie evanescenti e trasparenti, di stasi sostituite dalla velocità degli spostamenti. È proprio dei procedimenti più recenti dell'arte costruire, con materie pesanti e tradizionali e procedimenti molto elaborati e tecnicamente sofisticati e complessi, immagini di oggetti di consumo quotidiano o di comunicazione forzatamente banale. È un procedimento che ho seguito anche in questo rivestimento lapideo, proprio per suscitare una riflessione sui processi di produzione del valore delle immagini, sul prevalere della tecnica sulla realtà e sulla felicità degli uomini.

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Intervista di Valentina Valente

Per ulteriori informazioni su questo progetto consultate l'area realizzazioni
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